Una lontana storia di cinghiali
Quando nel Gennaio del 1943 vi sbarcai, la Corsica offriva ai miei occhi lo stesso effetto che m'avrebbe offerto il vedere le Cascate del Niagara, la Statua del David,le Piramidi d'Egitto o i campi del Matteuzzi di sopra alle Caldine, cioè nulla.
Avevo allora giusto gli anni che bastavano fare di me il componente delle ultime leve dell'Esercito Italiano e quindi assai pochi .E a pochi anni si hanno gli occhi che non sanno vedere più lontano del proprio naso,ma si ha in compenso un sacco di fantasia.
Fui destinato ad un "Caposaldo" che purtroppo di "caposaldo" aveva solo il nome,perché in quanto a resistenza, come seppi successivamente,ne aveva ben poca e non certo per i soldati che lo componevano,ma per altre ragioni.
Era situato presso un incrocio di strade,fra grandi olivi.lecci e macchia mediterranea.
Da buoni soldati ci demmo subito a costruire.fra una pulitina ai due cannoni da 47/32 e alle sortite contro gli affamati pidocchi, due baracche in muratura che alla fin fìne si dimostrarono dei piccoli chalets muniti di poche ma simpatiche comodità, quali i tavolacci dove dormire,porte, finestre esposte a mezzogiorno,caminetti,tavole all'aperto dove il rancio francescano si trasformava in qualcosa di molto importante.
C'era la gioventù e con essa l'allegria,la spensieratezza, il buon umore,nulla era fonte di preoccupazione.eccetto l'appetito che il tenente chiamava "solo impressione"cosa nella quale lui per primo non credeva,in quanto ingoiava come uno struzzo,alla seconda colazione tutte e due le pagnotte che dovevano servire anche per la sera e la prima colazione del giorno dopo.
E c'era anche tanta selvaggina e tanta voglia di acchiapparla,ma c'era anche purtroppo tanta mia inesperienza in materia, anche se il mio porto d'armi marcava già qualche anno. Poiché.dovete sapere.che avevo allora 16 anni.ma già da tempo prima.le storie che la dolce zia Laura mi raccontava sulla caccia e sui cacciatori e che io ascoltavo a bocca aperta, avevano scaraventato nel mio circolo sanguigno a piene mani.un numero così alto di virus della caccia,che il mio povero babbo si decise a farmi il primo porto d'armi.regalandomi così un atto di fiducia che solo da più vecchio ho capito e del quale gli sono profondamente grato.
Ma a quell'età, senza guida,senza l'esperienza dei "vecchi" la mia caccia era fatta intorno casa,per così dire.con gli appostamenti ai merli, con le "gattonate alle mattoline ",con la zampillata d'acqua che segnava la morte di una batticoda nel Mugnone,quasi mai uscendo da quei luoghi che fin da bambino consideravo "miei"e che l'immaginazione aveva trasformati in regni d'avventura. Di cacciatore avevo il cuore ma non l'esperienza.
Dovevo quindi farmi le ossa e cominciai col ricercare il primo "attrezzo"per la caccia : "il fucile.Lo trovai nel mio moschetto da "truppe speciali" mod."1891".
A dire la verità era del 1907 e la rigatura delle canne era anch'essa tutta del....l907,tanto che a cento metri,posizionato a terra,non riuscivo neppure a piazzare una pallottola nel bastione parapalle. Comunque era un fucile e più le rigature erano consumate più si avvicinava al classico fucile da caccia che,come tutti sanno, deve avere la canna liscia.
Ricavai le cartucce togliendo la pallottola e triturandola. Questi pezzetti gli calcai dentro il bossolo con la stoppa che gli divideva dalla polvere e ...ale'.
Dentro la tacca di mira s'inquadrò un pettirosso. Schiacciai lentamente il grilletto ed una specie di starnuto usci dal fucile da guerra. Ci guardammo, io, il pettirosso ed il fucile da guerra e tutti e tre capimmo che ciò che era successo era un'offesa alla dea Diana e che doveva immediatamente cessare.
Mi affiancai allora ad un commilitone.bravissimo lacciaiolo. rifornendolo di crini tolti alle code dei muli che alla fine della stagione venatoria si scacciavano le mosche a suon di ragli.
Nella posa dei lacci questo mio compagno si accorse che qualcosa di grosso doveva passare attraverso le grandi macchie perché queste apparivano forate. Dal pensare all'agire la cosa fu veloce.
E così nei robusti lacci di filo di ferro cominciarono a rimanerci i "cinghiali". Per l'esattezza cinque di circa 20/30chili ,che allietarono la nostra parca mensa e dettero lustro e gloria al nostro plotone e forse crearono una piccola leggenda.
Sono ritornato in Corsica pochi anni or sono ed i miei occhi fattisi "sapienti"hanno ammirato quella terra traendone piacere e nostalgia. E sono ritornato al mio "Caposaldo"dove ben poco era rimasto della nostra presenza e dove ad un certo punto mi sono ritratto un po' spaventato per un rumore che proveniva dalla macchia.
In ordine,uno dietro l'altro,mi sono visto venire incontro i cinghiali i "nostri cinghiali" e dietro ad essi il loro proprietario ! !
Mi sono messo a ridere.senza accorgermi che quelle risate avevano fatto crollare dentro di me il sapore dell'avventura, i ricordi più belli e quella specie di leggenda nata tanti anni prima nel cuore di un ragazzo cacciatore che non vedeva più lontano del suo naso ma che aveva tanta fantasia.
Fernando Soldani





