La caccia nel dopoguerra
Il primo problema da risolvere fu trovare un fucile. Le armi da caccia o erano state consegnate e poi andate disperse, o erano state rastrellate dall'esercito tedesco nel corso della lenta ritirata verso nord.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, la caccia non fu mai chiusa con un provvedimento ufficiale, ma sospesa di volta in volta (e non sempre) con disposizioni locali di pubblica sicurezza o delle autorità di occupazione, a seconda dello spostarsi del fronte.
Tuttavia, pochissimi ebbero la possibilità di proseguire l'attività venatoria perché la stragrande maggioranza dei cacciatori si trovava impegnata nelle diverse campagne combattute dal nostro esercito; campagne dalle quali tanti non fecero ritorno.
L'obbligo di consegnare i fucili e le munizioni agli organi di polizia impediva inoltre a chi era rimasto di andare a caccia, se anche se ne fosse presentata l'opportunità.
Nel corso degli anni 1943 e 1944, i colpi sparati dalle doppiette furono rarissimi, tanto da poter considerare la caccia virtualmente chiusa; solo nell'estate del 1945, dopo l'armistizio, si pensò di nuovo a lepri, starne e beccacce.
Il primo problema da risolvere fu trovare un fucile. Le armi da caccia o erano state consegnate e poi andate disperse, o erano state rastrellate dall'esercito tedesco nel corso della lenta ritirata verso nord. Alcuni riuscirono a nascondere la doppietta sotterrandola; ma, quando queste armi tornarono alla luce, spesso i danni causati dalla ruggine e dall'umidità erano talmente gravi da renderle inutilizzabili. altri ancora avevano venduto il fucile a incettatori per acquistare al mercato nero qualche chilo di pane con cui sfamare la propria famiglia.
All'apertura del 1945 si vide nelle mani dei cacciatori toscani uno stranissimo arsenale composto da vetusti fucili "a bacchetta", da doppiette a cani esterni più o meno rimesse insieme ed anche da Mauser tedeschi trasformati, con "opportune" alesature, in fucili da capanno; pochi gli automatici e le doppiette a cani interni, più sensibili alle dure prove dell'imboscamento.
Altro problema furono le munizioni, sia per i fucili ad avancarica (polvere nera e fulminanti), che a retrocarica (cartucce più o meno efficienti). Si tentò, in casi disperati,di utilizzare le polveri da guerra, ma con grave pericolo per l'incolumità di chi sparava. Ad ogni modo, bene o male, l'attività venatoria riprese, seppure in sordina. Si andava a caccia in bicicletta, con il fascio delle gabbie dei richiami legato sul parafango posteriore o con il cane che trotterellava poco avanti. I più fortunati possedevano una motocicletta o un'auto, ma erano casi rari perché anche i mezzi di trasporto erano stati requisiti.
Unica consolazione fu il constatare che nelle campagne si trovava selvaggina in abbondanza, soprattutto starne e lepri. La chiusura, vigente di fatto durante il periodo bellico, aveva consentito a questi selvatici di riprodursi indisturbati e quindi di raggiungere buone densità un po' dovunque.
Per alcuni anni si pensò che tutto potesse restare immutato. La difficoltà di spostamento, la carenza di armi da caccia e soprattutto la crisi economica dell'immediato dopoguerra contribuirono a mantenere la pressione venatoria entro limiti accettabili.
In definitiva, negli ultimi anni quaranta e nei primi anni cinquanta poche furono le novità nel mondo venatorio, anche se, come si è detto, esistevano già tutti i presupposti che porteranno alla radicale trasformazione delle condizioni economiche e sociali delle nostre campagne, e quindi anche della caccia.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, la caccia non fu mai chiusa con un provvedimento ufficiale, ma sospesa di volta in volta (e non sempre) con disposizioni locali di pubblica sicurezza o delle autorità di occupazione, a seconda dello spostarsi del fronte.
Tuttavia, pochissimi ebbero la possibilità di proseguire l'attività venatoria perché la stragrande maggioranza dei cacciatori si trovava impegnata nelle diverse campagne combattute dal nostro esercito; campagne dalle quali tanti non fecero ritorno.
L'obbligo di consegnare i fucili e le munizioni agli organi di polizia impediva inoltre a chi era rimasto di andare a caccia, se anche se ne fosse presentata l'opportunità.
Nel corso degli anni 1943 e 1944, i colpi sparati dalle doppiette furono rarissimi, tanto da poter considerare la caccia virtualmente chiusa; solo nell'estate del 1945, dopo l'armistizio, si pensò di nuovo a lepri, starne e beccacce.
Il primo problema da risolvere fu trovare un fucile. Le armi da caccia o erano state consegnate e poi andate disperse, o erano state rastrellate dall'esercito tedesco nel corso della lenta ritirata verso nord. Alcuni riuscirono a nascondere la doppietta sotterrandola; ma, quando queste armi tornarono alla luce, spesso i danni causati dalla ruggine e dall'umidità erano talmente gravi da renderle inutilizzabili. altri ancora avevano venduto il fucile a incettatori per acquistare al mercato nero qualche chilo di pane con cui sfamare la propria famiglia.
All'apertura del 1945 si vide nelle mani dei cacciatori toscani uno stranissimo arsenale composto da vetusti fucili "a bacchetta", da doppiette a cani esterni più o meno rimesse insieme ed anche da Mauser tedeschi trasformati, con "opportune" alesature, in fucili da capanno; pochi gli automatici e le doppiette a cani interni, più sensibili alle dure prove dell'imboscamento.
Altro problema furono le munizioni, sia per i fucili ad avancarica (polvere nera e fulminanti), che a retrocarica (cartucce più o meno efficienti). Si tentò, in casi disperati,di utilizzare le polveri da guerra, ma con grave pericolo per l'incolumità di chi sparava. Ad ogni modo, bene o male, l'attività venatoria riprese, seppure in sordina. Si andava a caccia in bicicletta, con il fascio delle gabbie dei richiami legato sul parafango posteriore o con il cane che trotterellava poco avanti. I più fortunati possedevano una motocicletta o un'auto, ma erano casi rari perché anche i mezzi di trasporto erano stati requisiti.
Unica consolazione fu il constatare che nelle campagne si trovava selvaggina in abbondanza, soprattutto starne e lepri. La chiusura, vigente di fatto durante il periodo bellico, aveva consentito a questi selvatici di riprodursi indisturbati e quindi di raggiungere buone densità un po' dovunque.
Per alcuni anni si pensò che tutto potesse restare immutato. La difficoltà di spostamento, la carenza di armi da caccia e soprattutto la crisi economica dell'immediato dopoguerra contribuirono a mantenere la pressione venatoria entro limiti accettabili.
In definitiva, negli ultimi anni quaranta e nei primi anni cinquanta poche furono le novità nel mondo venatorio, anche se, come si è detto, esistevano già tutti i presupposti che porteranno alla radicale trasformazione delle condizioni economiche e sociali delle nostre campagne, e quindi anche della caccia.
(Da: "Toscana cento anni di caccia")





