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RENZO ULIVIERI: UNA TESTIMONIANZA PER L'UNITA' DEL MONDO VENATORIO

Il profumo dell’erba tagliata che entra dalla finestra accompagna il tono pacato ma deciso della voce che stiamo ascoltando. Non è un profumo d’erba qualsiasi, questo. È erba calpestata da campioni di ieri, di oggi e da molti che lo saranno domani.
È il profumo di Coverciano. Il nome quello del quartiere della zona sudest di Firenze dove sorge il Centro tecnico federale della Federazione Italiana Giuoco Calcio intitolato a Luigi Ridolfi, storico presidente della Fiorentina, ma per tutti ormai è semplicemente “Coverciano”, la culla del calcio italiano, sede del settore tecnico e ritiro delle nazionali.
Fra i mille impegni delle sue giornate, qui ha trovato tempo per noi Renzo Ulivieri, presidente dell'Associazione Italiana Allenatori.
Toscano di San Miniato, 77 anni che non gli daresti, carattere sanguigno ma riflessivo, Ulivieri è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni, tanta è la sua notorietà nell’ambiente sportivo ma anche per le sue esperienze e la sua lunga militanza politica nel mondo della sinistra italiana che continua tuttora.
Certamente meno noto, anche se a differenza di altri volti noti non ne ha mai fatto mistero, il fatto che è anche un appassionato cacciatore, con una visione della questione ambientale che rifugge da qualunque elemento di fondamentalismo.

Ho sempre avuto una grande passione per l’ambiente, il bosco, la campagna. Vivere in mezzo alla città non me l’ha fatta passare, anzi, posso dire che mi si è addirittura accentuata. La passione per la caccia invece, me l’ha trasmessa mio zio. Era un grande cacciatore di allodole e un fenomenale fischiatore. Ricordo che dal prato a più di un chilometro e mezzo, fischiando portava camminando le allodole sopra la testa fino a casa e lì le salutava… A me non è mai riuscito, ma che fascino…” racconta con un sorriso perdendosi per un attimo nel ricordo. “La mia caccia è sempre stata quella da capanno. L’ho sempre praticata con la massima attenzione alle regole e all’ambiente. L’ho imparata così da ragazzo e così è sempre rimasta.

Certo, non è facile coniugare una vita così piena di impegni col richiamo dei boschi, l’aria ottobrina, lo zirlo dei tordi e la voglia di vivere l’emozione unica che una giornata di caccia ti può regalare…

Adesso tutto ottobre e metà novembre lo sanno tutti che a Coverciano ci sono solo il pomeriggio tranne il martedì e il venerdì, ma anche quando allenavo il lunedì era comunque libero ed era dedicato alla caccia. Lo facevo io, lo faceva Baggio, grandissimo appassionato come tutti sanno, ma anche molti altri nomi del nostro mondo, che magari non lo dicevano. Purtroppo le reazioni di una gran parte della società al tema caccia spingono in molti a tenere nascosta questa passione.”



Ecco, veniamo un po’ ai problemi allora. Come vede Ulivieri la caccia di oggi? Quali sono secondo te i limiti che hanno portato questo mondo venatorio ad essere messo ai margini del dibattito sulla questione ambientale e a non essere più in sintonia con la società e con i giovani?

Che la caccia sia cambiata è evidente. Ma perché è cambiata la società. Non solo, si stanno perdendo le nostre radici rurali e il modello contadino di cui la caccia è figlia. Non si ha più l’abitudine di frequentare il territorio. Quello stare in mezzo al bosco e alla campagna che ho ricordato all’inizio. 
La caccia, che sul territorio e di territorio vive non poteva non risentirne.
E comunque è cambiato anche questo: il modo in cui si presenta, come viene utilizzato, come viene purtroppo sfruttato. Sono cambiati gli equilibri ambientali con un riflesso negativo sulla presenza di molte specie animali.
Anche il fatto che i giovani si avvicinino meno alla caccia è una conseguenza del mutamento. I ragazzi oggi hanno meno spazio, e quindi viene meno quella familiarità con la natura che prima era più diffusa. Ma hanno anche meno tempo e maggiori stimoli. Può sembrare difficile da credere ma anche il calcio ne risente e sono molti meno i ragazzi che si avvicinano a questo sport. La caccia non potrebbe fare eccezione.
Si aggiungono i problemi che derivano da una legislazione che tende sempre più a una eccessiva burocratizzazione dell’attività, tralasciando del tutto invece la promozione di una forma di cultura importante e di quei valori legati all’ambiente che sono propri dell’attività venatoria. Anche le pratiche gestionali ne hanno risentito pesantemente e le problematiche non sono più governate, ma subite.
Anche in Toscana il modello degli ATC, che ha conosciuto una fase positiva, adesso è in crisi col rischio concreto di una paralisi gestionale. I passaggi sull’accentramento delle deleghe alla Regione e il superamento dei ruoli prima affidati alle Provincie non ha risolto il problema di fondo. Anzi, ha dimostrato che inseguendo la filosofia del risparmio a tutti i costi, concentrando tutto al centro, si è perso il collegamento col territorio. E questo ci sta costando molto di più di quello che credevamo di risparmiare.

Una analisi lucida e puntuale. Che “tattica” usare allora?

Bisogna tornare ai legami basilari con i luoghi dove si vive, ricominciare a valorizzare ad esempio il volontariato dei cacciatori e la loro gestione attiva di ambienti, che sono nei fatti un patrimonio collettivo.
Ma anche lavorare su una maggiore conoscenza tecnico scientifica e su una crescita culturale dei cacciatori per il ruolo che hanno. Serve una riforma che sull’impianto della caccia sociale garantisca a tutti i cacciatori condizioni di uguaglianza per continuare a svolgere questa attività nel rispetto delle regole. Occorre avere come riferimento la gestione di un patrimonio molto delicato come è quello della fauna selvatica riuscendo a ristabilire un ventaglio di azioni gestionali che devono riguardare l’intero territorio, comprese le aree protette, come nel caso degli ungulati.”

E nei confronti della società?

È normale che ci sia anche un pensiero trasversale di cultura animalista. Il confronto è fondamentale in tutti gli aspetti della vita e anche su questo ci dobbiamo confrontare. Non possiamo ridurre tutto solo a una questione di due parti contrapposte, animalisti da un lato e antianimalisti dall’altro.
Bisogna usare equilibrio, prima di tutto. Io ho sempre evitato questioni filosofiche su chi è contrario alla caccia. Però so che l’uomo ha una storia fatta di caccia e di pesca per sopravvivere.
È troppo facile far passare i cacciatori come distruttori dell’ambiente e un rilancio del modello di gestione come ho descritto sopra consentirebbe di dimostrare che la caccia e chi la pratica vanno proprio nella direzione opposta.

In questo processo quale è, o potrebbe essere, il ruolo delle associazioni venatorie, sempre più spesso criticate per il loro operato dagli stessi cacciatori che rappresentano?

Quando si parla di crisi di rappresentanza è chiaro che c’è qualche colpa in chi rappresenta, che non ha capito il mondo che cambia. Questo non vuol dire che sia tutto sbagliato però o che sia tutto uguale. 
Certamente non avere un progetto e soprattutto non riuscire a stabilire una forte rappresentanza verso un sistema politico istituzionale sempre meno sensibile non solo ai problemi della caccia, ma a quelli dell’ambiente nel suo complesso, non ci consegna un futuro sereno. La rappresentanza va rifondata, bisogna mettere al lavoro le migliori energie del nostro mondo, unendo i cacciatori in un nuovo patto con il mondo agricolo e con quello ambientalista non fondamentalista.
Credo che da parte nostra sia importante trovare l’unità, stare insieme anche nelle differenze. Ma attenzione: non dobbiamo unirci per andare contro qualcosa o qualcuno, ma per discutere e confrontarsi”.

Tu sei stato uno dei primi ad aderire all’esperienza della Confederazione dei Cacciatori Toscani. Come giudichi questa esperienza?

La Confederazione Cacciatori Toscani è nata per giungere a una unità vera e organica delle associazioni aderenti. Oggi, nonostante qualcuno abbia deciso di abbandonare questa strada, sta dimostrando di crescere fra i cacciatori e nei rapporti con la politica e le istituzioni regionali. Ma soprattutto sta dimostrando nei fatti che si può realizzare una struttura capace di raccogliere e mettere a frutto le migliori esperienze e il patrimonio umano e culturale delle associazioni aderenti per metterlo a disposizione di tutti e soprattutto della caccia.
Credo che l’esperienza toscana sia sintomo di una voglia di cambiamento del mondo venatorio. 
La Cct è una esperienza in itinere, in cui confluiscono conoscenze e storie diverse, un laboratorio di idee che non guarda al passato, ma per lavorare meglio per il futuro, tutti insieme con una visione comune. 
Dobbiamo però smettere di sventolare ognuno la propria bandiera, smettere di essere litigiosi e divisi come sono i movimenti o i partiti politici. 
Per stare insieme ognuno deve lasciare qualcosa, non pensare di avere la soluzione in tasca, ma essere pronti al confronto. Ripeto: per me il confronto e il dialogo sono la base per risolvere le questioni. 
E questo è un modello che credo fermamente si potrebbe applicare anche su scala nazionale”.

Prima di salutarci, una domanda all’Ulivieri “politico”. Cosa pensi degli ultimi risultati elettorali per quanto riguarda la Sinistra, che è sempre stata il tuo riferimento?

Credo si debba prendere atto di una Sinistra che è morta. E come per la caccia è inutile pensare di poter curare un defunto con le medicine. Anche per la Sinistra si dovrebbero lasciare le bandiere, le soluzioni preconfezionate e ricominciare a ‘sporcarsi le mani’ con le questioni vere, concrete. Anche la politica deve tornare al territorio, là dove quando i deboli hanno cercato la Sinistra non l’hanno trovata.
I ragazzi di ‘Potere al popolo’ con cui sono attualmente impegnato sono ripartiti proprio dai bisogni primari, dalle emergenze, prima di tutto dal lavoro per chi ne ha bisogno. Certo, le idee e il linguaggio politico vanno cambiati in risultati concreti, ma il pensiero di una uguaglianza diffusa fra tutti i cittadini non è una vuota utopia. Non possiamo pensare di costruire il futuro sulla diseguaglianza, facendo finta di nulla e non preoccupandoci degli altri. Questa sì che è utopia.