Il mestiere di gestire
Di seguito un contributo di Romeo Romei, vice – presidente regionale della Federcaccia Toscana e membro della Commissione Gestione.
E' un bene che nella nostra regione abbia vinto il buon senso di Federcaccia Toscana, poco sensibile al canto delle sgualcite sirene che si attardavano in stanche litanie sulla "libera caccia in libero territorio" e sollecitavano, improvvidi Tafazi dediti all'autolesionismo, calendari venatori "europei": la nostra Associazione ha avviato per tempo un percorso virtuoso, partito con la richiesta, prontamente accolta, di una Conferenza Regionale sulla Caccia.
Un approccio che è stato capace di innescare un ampio confronto fra tutte le componenti interessate al territorio ed ha dato vita ad un. percorso che ha prodotto conclusioni importanti ed ha consentito al Consiglio Regionale di approvare una buona legge sulla caccia, con una convergenza bipartisan; cosa affatto secondaria, considerati i tempi che corrono.
Par di capire che i Regolamenti di applicazione della legge consentiranno un considerevole incremento della mobilità dei cacciatori toscani. Bella cosa, sicuramente rispondente alle richieste da più parti formulate, ma che cmporta compiti enormi ed enormi responsabilità che ricadranno sulle spalle dei cacciatori ed a maggiore ragione sulle nostre che del mondo venatorio siamo componente maggioritaria.
Molte sono le ragioni che frenano una corretta, equilibrata gestione degli ecosistemi della nostra regione; anche nelle zone di eccellenza esistono squilibri infra ed inter specifici tali da aver cancellato specie che solo 30 anni fa erano "regine". Ciò vuol dire che l'azione degli ATC, da noi stimolati e sorretti, non è stata sufficiente a soddisfare l'esigenza dei cacciatori.
Cosa manca e cosa serve?
Certamente è necessaria la crescita e la maturazione di un costume, da accompagnare ad un modello operativo ma, se si vuole evitare di rimanere inchiodati alle petizioni di principio, bisogna capire quali "vizi" capitali debbano essere estirpati.
Un branco di lupi non può programmare il prelievo dei cervi che costituiscono il loro nutrimento per cui, distrutti quasi tutti i cervi, i lupi rischiano di morire di fame. L'uomo può programmare l'uso delle risorse e deve programmarlo in modo che tali risorse non si esauriscano, ma addirittura che si conservino per un tempo indefinito.
Torniamo dunque all'oggi, ai gridi di dolore per poca fauna e carnieri scarsi , o ai periodici allarmi perchè è troppa, sbilanciata rispetto alle potenzialità del territorio, incompatibile con le attività agricole di qualità che vi insistono e con la presenza della piccola selvaggina stanziale.
L'approccio etologico ci dice che non conviene comportarsi come i lupi; a rendere il tema della gestione attuale, più di sempre se possibile, interviene anche il problema di legittimazione dell'immagine del cacciatore: laddove si riesce a dimostrare che l'uomo della doppietta non è solo un predone, ma sa coltivare l'ambiente e amministrare con saggezza e con risorse economiche tratte dalle proprie tasche la fauna, c'è una considerazione diversa di questo strano personaggio, erede di passioni ataviche e custode di attività nate con il genere umano.
Dobbiamo essere uomini e donne del nostro tempo e capire come è possibile abitare il futuro in una società così diversa da quella in cui siamo nati e cresciuti; dobbiamo farlo in fretta, perchè dobbiamo recuperare ritardi e progettare un futuro sostenibile.
Ho letto con interesse l'articolo dell'amico Sammuri sul Cacciatore Italiano di qualche tempo fa: vi compare un esame della biodiversità completamente condivisibile sul piano scientifico e politico; tuttavia così come le associazioni venatorie, seppur su scala ridotta, debbono farsi carico di far comprendere ai loro iscritti che una caccia sociale (per tutti) non può prescindere dall'utilizzo corretto delle risorse prodotte – così gli ambientalisti debbono comprendere che la biodiversità si difende solo con la gestione anche dei "parchi". Non possiamo infatti ignorare che l'enorme consistenza di ungulati nei parchi è la prima ed esclusiva causa di precarietà della biodiversità.
La verità è che resiste una visione duale del territorio: porzioni da proteggere, porzioni da sfruttare. Territorio e risorse naturali rinnovabili sono al contrario un fatto unitario, tutto da gestire: con gradi e modalità differenti in relazione a tanti fattori, ma tutto da gestire. In questo "fatto unitario" rientra la fauna, che va gestita su tutto il territorio. Ci sono invece "zone franche" (in senso geografico, come tanti parchi, ma anche figurato, come specie antagoniste o in soprannumero) sottratte alla gestione faunistica e fattore di squilibrio. Fra gli obbiettivi del "governare" dovrebbe esserci il coinvolgimento, l'utilizzazione dei cacciatori anche per queste gestioni, non la loro esclusione.
Questo è il vero filo conduttore per affrontare una modifica della normativa vigente che consenta di aiutare la crescita di corrette politiche di gestione.
Vedo non sufficientemente appoggiata, sorretta, spinta da tutta l'associazione l'azione delle nostra delegazione negli Atc (certamente con profonde differenze fra gli Atc); comunque appare più un rapporto di delega che non di comune elaborazione tra gruppo dirigente dell'Associazione e nostri rappresentanti in quelle strutture. La burocrazia e il tecnicismo hanno preso la mano e occupato il posto della concertazione. Certe volte appare come una anonima presa di distanza dal lavoro degli Atc preoccupati da eventuali conseguenze critiche che incidere sui tesseramenti. Si potrebbe discutere e dissertare sul deficit di democraticità di una siffatta posizione.
Occorre invertire questa tendenza, sapendo che alla lunga la capacità di porsi in un ruolo propositivo pagherà; non pagherà per certo il persistere generale di questi comportamenti che, salvo lodevoli eccezioni, è sin troppo diffuso.
Campi di lavoro prioritari sono:
funzionamento ZRC. Solo lepri e fagiani, obbligatorie le catture e interdizione alla presenza degli ungultai
rispetto della legge per la gestione delle AFV e ATV
uniformità economica e normativa caccia agli ungulati in tutta la Regione. Controlli censimenti obbligatori
regolamentazione della caccia agli ungulati, rigidamente tesa a mantenere equilibrio, biodiversità e contenimento danni
ZRC –ZRV è necessario affrontare il tema della localizzazione e delle mofìdalità di tenere fuori le specie antagoniste.
Anche i parchi, se si vuole davvero eliminare i danni e promuovere la biodioversità, debbono gestire
Ci riusciremo?
E' un bene che nella nostra regione abbia vinto il buon senso di Federcaccia Toscana, poco sensibile al canto delle sgualcite sirene che si attardavano in stanche litanie sulla "libera caccia in libero territorio" e sollecitavano, improvvidi Tafazi dediti all'autolesionismo, calendari venatori "europei": la nostra Associazione ha avviato per tempo un percorso virtuoso, partito con la richiesta, prontamente accolta, di una Conferenza Regionale sulla Caccia.
Un approccio che è stato capace di innescare un ampio confronto fra tutte le componenti interessate al territorio ed ha dato vita ad un. percorso che ha prodotto conclusioni importanti ed ha consentito al Consiglio Regionale di approvare una buona legge sulla caccia, con una convergenza bipartisan; cosa affatto secondaria, considerati i tempi che corrono.
Par di capire che i Regolamenti di applicazione della legge consentiranno un considerevole incremento della mobilità dei cacciatori toscani. Bella cosa, sicuramente rispondente alle richieste da più parti formulate, ma che cmporta compiti enormi ed enormi responsabilità che ricadranno sulle spalle dei cacciatori ed a maggiore ragione sulle nostre che del mondo venatorio siamo componente maggioritaria.
Molte sono le ragioni che frenano una corretta, equilibrata gestione degli ecosistemi della nostra regione; anche nelle zone di eccellenza esistono squilibri infra ed inter specifici tali da aver cancellato specie che solo 30 anni fa erano "regine". Ciò vuol dire che l'azione degli ATC, da noi stimolati e sorretti, non è stata sufficiente a soddisfare l'esigenza dei cacciatori.
Cosa manca e cosa serve?
Certamente è necessaria la crescita e la maturazione di un costume, da accompagnare ad un modello operativo ma, se si vuole evitare di rimanere inchiodati alle petizioni di principio, bisogna capire quali "vizi" capitali debbano essere estirpati.
Un branco di lupi non può programmare il prelievo dei cervi che costituiscono il loro nutrimento per cui, distrutti quasi tutti i cervi, i lupi rischiano di morire di fame. L'uomo può programmare l'uso delle risorse e deve programmarlo in modo che tali risorse non si esauriscano, ma addirittura che si conservino per un tempo indefinito.
Torniamo dunque all'oggi, ai gridi di dolore per poca fauna e carnieri scarsi , o ai periodici allarmi perchè è troppa, sbilanciata rispetto alle potenzialità del territorio, incompatibile con le attività agricole di qualità che vi insistono e con la presenza della piccola selvaggina stanziale.
L'approccio etologico ci dice che non conviene comportarsi come i lupi; a rendere il tema della gestione attuale, più di sempre se possibile, interviene anche il problema di legittimazione dell'immagine del cacciatore: laddove si riesce a dimostrare che l'uomo della doppietta non è solo un predone, ma sa coltivare l'ambiente e amministrare con saggezza e con risorse economiche tratte dalle proprie tasche la fauna, c'è una considerazione diversa di questo strano personaggio, erede di passioni ataviche e custode di attività nate con il genere umano.
Dobbiamo essere uomini e donne del nostro tempo e capire come è possibile abitare il futuro in una società così diversa da quella in cui siamo nati e cresciuti; dobbiamo farlo in fretta, perchè dobbiamo recuperare ritardi e progettare un futuro sostenibile.
Ho letto con interesse l'articolo dell'amico Sammuri sul Cacciatore Italiano di qualche tempo fa: vi compare un esame della biodiversità completamente condivisibile sul piano scientifico e politico; tuttavia così come le associazioni venatorie, seppur su scala ridotta, debbono farsi carico di far comprendere ai loro iscritti che una caccia sociale (per tutti) non può prescindere dall'utilizzo corretto delle risorse prodotte – così gli ambientalisti debbono comprendere che la biodiversità si difende solo con la gestione anche dei "parchi". Non possiamo infatti ignorare che l'enorme consistenza di ungulati nei parchi è la prima ed esclusiva causa di precarietà della biodiversità.
La verità è che resiste una visione duale del territorio: porzioni da proteggere, porzioni da sfruttare. Territorio e risorse naturali rinnovabili sono al contrario un fatto unitario, tutto da gestire: con gradi e modalità differenti in relazione a tanti fattori, ma tutto da gestire. In questo "fatto unitario" rientra la fauna, che va gestita su tutto il territorio. Ci sono invece "zone franche" (in senso geografico, come tanti parchi, ma anche figurato, come specie antagoniste o in soprannumero) sottratte alla gestione faunistica e fattore di squilibrio. Fra gli obbiettivi del "governare" dovrebbe esserci il coinvolgimento, l'utilizzazione dei cacciatori anche per queste gestioni, non la loro esclusione.
Questo è il vero filo conduttore per affrontare una modifica della normativa vigente che consenta di aiutare la crescita di corrette politiche di gestione.
Vedo non sufficientemente appoggiata, sorretta, spinta da tutta l'associazione l'azione delle nostra delegazione negli Atc (certamente con profonde differenze fra gli Atc); comunque appare più un rapporto di delega che non di comune elaborazione tra gruppo dirigente dell'Associazione e nostri rappresentanti in quelle strutture. La burocrazia e il tecnicismo hanno preso la mano e occupato il posto della concertazione. Certe volte appare come una anonima presa di distanza dal lavoro degli Atc preoccupati da eventuali conseguenze critiche che incidere sui tesseramenti. Si potrebbe discutere e dissertare sul deficit di democraticità di una siffatta posizione.
Occorre invertire questa tendenza, sapendo che alla lunga la capacità di porsi in un ruolo propositivo pagherà; non pagherà per certo il persistere generale di questi comportamenti che, salvo lodevoli eccezioni, è sin troppo diffuso.
Campi di lavoro prioritari sono:
funzionamento ZRC. Solo lepri e fagiani, obbligatorie le catture e interdizione alla presenza degli ungultai
rispetto della legge per la gestione delle AFV e ATV
uniformità economica e normativa caccia agli ungulati in tutta la Regione. Controlli censimenti obbligatori
regolamentazione della caccia agli ungulati, rigidamente tesa a mantenere equilibrio, biodiversità e contenimento danni
ZRC –ZRV è necessario affrontare il tema della localizzazione e delle mofìdalità di tenere fuori le specie antagoniste.
Anche i parchi, se si vuole davvero eliminare i danni e promuovere la biodioversità, debbono gestire
Ci riusciremo?
Romeo Romei





